Day 18, Bali - Lombok


Il porto brulicava di van, motorini parcheggiati, bancarelle che vendevano frutta, ambulanti con borse enormi di sarong colorati, backpackers di tutte le nazionalità e con ogni genere di zaino.
Il traghetto era in ritardo e noi abbiamo scelto una delle migliori stamberghe di bambù dove fare colazione.

«Vedi un po', Sì, il mio caffè fa cagare! Com'è il tuo?»
«Uguale al tuo, Riccà, come vuoi che sia?»

Mentre ci preparavano i pancake (probabilmente la signora 16 coperti tutti in un colpo non li aveva mai visti in una vita, ed era andata a chiamare i rinforzi: erano arrivate forse tutte le femmine della famiglia), avevamo contrattato per comprarci in media otto sarong a testa.
Poi c'era stata la corsa per caricare gli zaini e conquistarsi un posto a sedere sul ferry, che si muoveva grazie ai 5 motori da 200 cavalli ognuno che gli avevano montato.

Arrivati a Lombok, ci avevano divisi su due pick up ed eravamo arrivati al nostro ultimo alberghetto, accettabilmente fatiscente.
Per arrivare in spiaggia, bastava attraversare la strada. Così avevo lasciato la busta di vestiti ancora umidi e dall'aroma cane bagnato che mi portavo dietro da giorni in lavanderia ed ero andata a godermi il miglior mercoledì pomeriggio della vita.

Il mare era turchese e c'erano dei cuscinoni fluorescenti e un bar.

«Ordiniamo le patatine fritte?»

Non avevamo fatto più nulla fino a sera, a parte prendere il sole, giocare a carte, chiacchierare e ordinare Bintang.
Quando il sole era sceso, avevo fatto un giro con Giulia e Marta. Avevo comprato un vestito corto da mettere a cena in un posto carino sulla spiaggia con le lanterne e gli ombrellini colorati, 4 euro spesi benissimo.

«Finalmente stasera ti sei vestita da femmina»

Intanto, eravamo rimasti da soli al bar, lui si stava bevendo un tè e io un'altra birra, e gli scroccavo qualche sigaretta anche se non fumo mai.

«Dai, andiamo su», avevo detto a un certo punto.
«È il compleanno di Niccolò e dobbiamo fargli spegnere le candeline»



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