Day 19, Lombok


«Dai, andiamo a spaccarci le ossa»

La scuola di surf era un capannone di legno e lamiere azzurre con le pareti ricoperte di tavole e una scrivania con un computer. In fondo c'era un lettino e gli attrezzi da tatuatore, e per un attimo devo ammettere di averci pensato.
Ci siamo messi la muta, poi due pick up ci hanno portato sulla spiaggia, dove ci hanno spiegato i fondamentali.

Abbiamo messo le tavole in acqua e siamo partiti in fila indiana come le seppie.

«Com'è, Silvia?»
«Bene. Benissimo... cazzo, sono già stanca e non ho ancora preso un'onda»

Che carini dovevamo essere, tutti affiancati ad aspettare di partire.
L'acqua era bassissima, la prima volta ho bevuto un litro di acqua di mare e sbattuto il ginocchio contro un corallo, poi gli occhi hanno smesso di bruciare e ridevo quando riemergevo con tutti i capelli in faccia.

Erano urla e applausi ogni volta che qualcuno riusciva ad alzarsi.
Quando ci sono riuscita io, sentivo dietro di me tutti e tre gli istruttori che mi gridavano in inglese di remare con le braccia, poi di alzarmi sì, ma non così tanto, piega le gambe.
Con la risacca, l'acqua diventava bassissima. Specialmente quando riuscivi a prendere l'onda bene (insomma, discretamente) e ti avvicinavi alla riva. Praticamente, il premio era grattuggiarsi sul reef quando ci si lasciava cadere.
Però era fichissimo.

Mentre aspettavamo il pranzo (la solita ora e mezza di attesa), ci siamo addormentati tutti sotto le palme.

«Metto giù l'asciugamano, ne vuoi un pezzo?»
(«Silvia, vi ho visti lì oggi... ma ti piace?» «Chi, quello? Ma figurati»)

Il pomeriggio le onde si erano fatte più alte. Le tavole si impennavano e bisognava aprire gli occhi sott'acqua per controllare che fossero passate sopra alle teste.
Però, quando siamo tornati passando dalla strada, sembravamo quasi credibili.

Siamo andati tutti in blocco a fare un massaggio per sciogliere i muscoli, e le piccole massaggiatrici dalle manine d'acciaio hanno riso tutto il tempo, sicuramente di noi.
Dopo cena, gli istruttori di surf di avevano detto dove andare a fare serata.
Avevo un braccio di Matteo intorno alla vita.
Io e Luca ci passavamo una Bintang.

«Allora, Lu? Stasera si limona?»
«Vediamo. E tu? Hai deciso cosa vuoi fare? Guarda che hai capito benissimo, non fare finta»

Abbiamo ballato e speso l'equivalente di tre cene in Bintang.
Mi sono fatta un selfie in bagno che il giorno dopo non ricordavo di aver fatto, come pure un altro di gruppo in cui eravamo tutti abbastanza euforici.

Poi siamo rimasti in due fuori sul balcone, a fumare sigarette indonesiane ai chiodi di garofano.
(«Chi, quello? Ma figurati»)

A una certa, hanno trascinato fuori un ragazzo indonesiano sbronzissimo, che è rimasto buttato come uno straccio a bordo strada.

Credo che ci fossimo staccati le mani di dosso solo per pagare il taxi.
Mentre mi facevo la doccia, alle quattro e mezza di mattina, mi chiedevo se qualcuno lo sapesse già.

«Se lo racconti a qualcuno, ti uccido»
«Perché, devi salvare le apparenze?»

Lo sapevano già tutti.





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